15 luglio 2009

Felicità - istruzioni per l'uso - (parte 2^)






Allora, quale ‘strategia’ proponi per diventare felici, chiederete voi?
Cominciamo con ordine innanzi tutto ad analizzare alcuni ‘equivoci’ che non permettono il raggiungimento della felicità.




(molti spunti dell’analisi, alcuni ripresi testualmente e riportati in corsivo, li ho tratti da – Piccolo manuale di Apologetica 2 – ed. Piemme, in particolare dal capitolo ‘Il cristiano è un represso?’ di Samek Lodovici)

Nell’odierna società (quella nostra occidentale soprattutto) l’infelicità è molto più diffusa che in passato. Infatti alcuni indicatori lo provano: aumento dei suicidi, delle famiglie in crisi, dei casi di patologie psichiche, aumento nel consumo di psicofarmaci e di droghe..

Quali sono i motivi di questa diffusione di infelicità?
I motivi principali sono costituiti da illusioni che la cultura dominante, tramite i mass media, ormai propala da decenni, equivoci derivanti da ciò che si crede possa portare la felicità o il suo opposto, l’infelicità.

E’ passata l’idea che per poter essere felici bisogna mettere da parte la morale e la religione.
Infatti c’è una convinzione diffusissima che tra moralità e felicità ci sia una opposizione insanabile, per cui sarebbe più ragionevole vivere immoralmente ma felicemente.
In realtà l’uomo morale non è quello che vive la sua esistenza motivato esclusivamente da divieti e doveri, ma è quello che vive motivato dall’amore, che fa tutto per amore e le virtù che esercita sono espressioni di questo amore: infatti la prudenza significa reperire i mezzi per procurare il bene di chi amiamo, la giustizia è cercare il bene dell’altro, la fortezza significa sopportare le difficoltà e gli sforzi per amore di qualcuno o di Dio, la temperanza è il custodire noi stessi per poterci donare a chi amiamo.
La sintesi dei comandamenti, essenza della morale cristiana è : "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, la tua forza e la tua mente" e "il prossimo tuo come te stesso".


Un altro errore è quello che ritiene la morale sessuale cristiana frustrante. Invero, a dispetto della rappresentazione falsa dei media, come spiegano anche gli psicologi, chi vive all’insegna dell’etica sessuale edonista si condanna ad una progressiva frustrazione. Lo confermano due sostenitori del ‘sesso libero’ come Sartre e Moravia, che hanno definito l’esistenza come ‘nausea’ o ‘noia’.
E la psicologia contemporanea conferma. ".. Il clinico può osservare giorno dopo giorno… che il principio del piacere è in realtà autodistruttivo. In altre parole, la ricerca diretta del piacere è autodistruttiva: è una contraddizione in sé,… proprio nella misura in cui l’individuo comincia a cercare direttamente il piacere, o a sforzarsi di conseguirlo, in quella stessa misura non può raggiungerlo. Quanto più si sforza di guadagnarlo, tanto meno lo consegue" (J. Cardona Pescador - La depression, psicopatologia de la alegria - Ed. Cientifico-Medica 1983).
E Sidgwick (autore di quella corrente morale che è l’utilitarismo) parla precisamente di un "paradosso fondamentale dell’edonismo" (che è una forma di egoismo), consistente nel fatto che "l’impulso al piacere, se troppo predominante, viene a vanificare il suo stesso fine". "i nostri godimenti non possono essere conseguiti se il nostro scopo viene consapevolmente concentrato su di essi".

Un altro equivoco è costituito dal fatto che l’espletamento dei doveri inerenti il nostro stato
, ad esempio lo svolgere un lavoro o un compito, sia in opposizione con la felicità.
Invece l’uomo veramente morale rispetta i doveri, ma la sua motivazione è l’amore: andare a lavorare è compiere il proprio dovere, ma l’uomo veramente morale lo fa per amore degli altri o di Dio. Tutti i doveri verso se stessi e verso gli altri scaturiscono dall’obbligo di amare gli altri e Dio, inoltre alle volte sceglie di compiere atti che non sono per nulla doverosi ma sono rivolte al bene degli altri.Quindi ciò che rende piacevole l’espletamento dei nostri atti, sia quelli dovuti che quelli non dovuti, è la motivazione basata sull’amore.
Il fatto che ci sia comunque un’opposizione tra solitudine e felicità. Si crede che per essere felici bisogna essere sempre in compagnia.
E’ vero, un uomo non volontariamente e durevolmente solo è infelice. "Riteniamo che l’amico sia uno dei beni più grandi e che l’esser privo di amici e in solitudine sia cosa terribile" diceva già Aristotele. Ma per essere felici bisogna essere in comunione con l’altro. Ma questo non vuol dire che nella solitudine scelta volontariamente e per amore, magari per ritirarsi in preghiera ed entrare in contatto con Dio ci sia infelicità, anzi i contemplativi non sono realmente soli, bensì in stabile comunione con colui che Platone chiamava il Primo Amico: Dio. Inoltre al contrario non basta vivere tra gli altri per non essere soli se poi le relazioni sono superficiali e non autentiche: infatti bisogna entrare in comunione con gli altri e ciò è reso possibile solo dall’amore, infatti esso è una forza estatica che ci fa uscire da noi stessi e ci proietta verso gli altri…E comunque l’uomo che non ha difficoltà a stare ogni tanto da solo, magari per meditare e mettere ordine nei suoi pensieri è quello più predisposto alla felicità. Infatti spesso molti non riescono a stare da soli, vengono presi dal panico e dalla depressione, e questo è dovuto secondo me alla paura di sentire la propria voce interiore, e allora cercano gli altri per ‘stordirsi’ e non certo per entrare veramente in contatto con loro. Io penso che l’uomo veramente socievole e che riesce ad entrare in sintonia con gli altri è quello che sa stare anche da solo e sa mettere ordine ai propri pensieri e al proprio vissuto interiore: infatti non coprirà gli altri con i suoi problemi interiori irrisolti, scaricando su di essi le proprie frustrazioni.
(continua leggendo la 3^ parte )

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