28 ottobre 2020

La probabilità della nascita spontanea della vita

"Anche se tutti i dati indicano un progettista intelligente, una tale ipotesi è esclusa dalla scienza perché non è naturalistica" ha scritto  un evoluzionista nel 1999 sull' autorevole rivista scientifica Nature (1).

Il fatto è che non ci sono vere prove a conferma della nascita casuale della vita e dell'evoluzione, almeno nella forma espressa dal neo-darwinismo. Vengono fatte solo supposizioni che, come detto nella frase su riportata, derivano da questo assunto di partenza dato per vero anche se non dimostrato: “Dio non c'è e quindi tutto ciò che esiste non può che essere spuntato per opera del caso”, quest’ultimo ritenuto quindi come il potente e unico creatore dell’Universo e della Vita.

Ma la complessità degli esseri viventi è talmente elevata che supporne la formazione casuale, anche per l’organismo più semplice che si conosca, cozza inevitabilmente con una probabilità talmente risibile che il fatto non può essere ritenuto possibile. 

A partire dalla cellula fino all’organismo completo, anche dell’essere vivente più minuscolo, è tutta una complessa rete di organi, strutture e funzioni costituiti e regolati da enzimi che ‘comunicano tra di loro’. I costituenti essenziali di tutto sono le proteine, lunghe catene che si avviluppano in 3D, composte anche da migliaia di amminoacidi, e che sono costruite tenendo conto delle istruzioni fornite dai geni del DNA a cui la stessa proteina fa riferimento. In tutte le parti della cellula all'organismo completo è un continuo comunicare e scambiarsi informazioni e ogni singolo componente sa in ogni momento cosa fare. 

Ed è significativo il fatto che molti anti-evoluzionisti siano medici,  coloro che conoscono meglio di altri la meraviglia e il complicato funzionamento del corpo umano: una buona parte di essi non crede nel formarsi casuale degli esseri viventi.

Dice il medico chirurgo M. Georgiev: "L'evoluzione si basa su processi immaginari che in più, dal punto di vista scientifico, sono addirittura inimmaginabili perché contrari alle leggi naturali (...) se ne può discutere solo in termini probabilistici, con calcoli che danno possibilità infinitesimali e che, dal punto di vista pratico si possono considerare delle impossibilità" (2).

Vediamola anche così: quanto più è improbabile la nascita casuale della vita, allora tanto più probabile è la possibilità che l’Evoluzionismo sostenga in realtà una fake ‘scientifica’. Infatti se l’ evento nascita casuale della vita dalla materia inanimata ha probabilità Pe allora l’evento contrario, nascita non casuale, ha probabilità P = 1- Pe e quindi visto che Pe ha valore praticamente nullo, ne viene che P ≈ 1 cioè praticamente la certezza; cioè quanto sostenuto dall’Evoluzionismo come assunto di base fondamentale è quasi certamente falso.

Tutto lo sviluppo della vita e il cosiddetto processo evolutivo, sono stati solo supposti e immaginati ma non veramente verificati. Chi sostiene l’evoluzione, fa un racconto storico che nei passaggi cruciali, estremamente improbabili, non potrà mai essere provato. Ma se una teoria non può essere messa alla prova, cioè non è falsificabile, allora non è scientifica, per dirla con Popper. Ed è quindi solo una ipotesi.

Dice il chimico e biologo Giulio Dante Guerra: “Come è noto, una critica non banale all’evoluzionismo neo-darwiniano – nonostante che, abbastanza di recente, qualcuno l’abbia definito «scienza naturale senza se e senza ma» – è che non si può chiamarlo una «teoria scientifica» nel senso rigorosamente galileiano del termine, perché non è né verificabile né falsificabile mediante esperimenti mirati. Ebbene, nella fase, per la quale simili esperimenti sono stati possibili – quella, importantissima, dell’origine della vita, almeno nella sua versione opariniana – si può affermare che siano sostanzialmente falliti” (3).

Infatti la teoria dell’evoluzione si basa su processi immaginari anche perché già il primo passaggio ritenuto casuale, dalla materia inanimata a quella animata, la cosiddetta abiogenesi, non è stato mai osservato neanche se ‘aiutato’ in laboratorio: con tutta la tecnologia che abbiamo a disposizione nessuno infatti (almeno finora) è riuscito a creare la vita!

Dice ancora Guerra: “Al contrario di quello che affermano con tanta sicurezza gli abiogenisti, è da mettere in discussione proprio il preteso «fatto» dell’«abiogenesi»: se, infatti, i lavori riportati nelle memorie scientifiche (...) hanno in sé e per sé, come metodi per la sintesi di alcuni composti chimici, una loro indubbia validità scientifica, non ne hanno invece nessuna come «prove sperimentali dell’abiogenesi». A prima vista, una simile affermazione potrebbe sembrare eccessiva. Tuttavia, essa è deducibile già da una lettura più attenta degli stessi scritti di alcuni abiogenisti, nei quali l’«importanza prebiotica» dei risultati riportati è spesso discussa in poche righe, a conclusione di un normalissimo articolo di chimica organica” (4).

Si parte già male quando si parla della formazione di amminoacidi nell’esperienza di Miller (in base alle teorie di Oparin): vengono supposte delle caratteristiche favorevoli del cosiddetto brodo e dell’atmosfera primordiali che non sono state provate, e avendo ottenuto con delle scariche elettriche alcuni amminoacidi si sostiene che questa sarebbe la prova che la vita possa essere nata casualmente dalla materia inanimata. Ma in tal modo si ottengono solo 13 amminoacidi dei 20 necessari, infatti la produzione di amminoacidi con caratteristiche basiche (lisina, arginina e istidina) non è stata ottenuta finora in nessun esperimento di simulazione prebiotica (5), e inoltre si presentano molte sostanze, le molecole monofunzionali, che impediscono il legame di più amminoacidi in lunghe catene, così come invece sarebbe necessario nel passo successivo per poter costruire le proteine.

Gli esperimenti di Miller (..) portano ad un vicolo cieco. Visto che in tutti gli approcci sperimentali, oltre agli amminoacidi desiderati, si forma un gran numero di altre sostanze che impediscono i passi successivi. Tutti gli studi sui passi successivi partono da miscugli puri di amminoacidi non ottenuti in ambiente privo di vita. Ciò significa che i complessi problemi di sintesi, isolamento e purificazione vengono dati per risolti, senza però essere stati affrontati nella discussione” (5).

Le proteine sono i veri ‘materiali’ organici che costituiscono la struttura dei viventi e hanno anche tante altre funzioni: non esiste nessuna forma di vita che ne sia priva. Ma nessuna prova sperimentale ha confermato il passaggio casuale da amminoacidi a proteine, in quanto la struttura di queste ultime, anche delle più semplici, è fatta di una catena lineare di aminoacidi spesso lunghissima e talmente complicata con il suo sviluppo finale in 3D, che il suo costruirsi casuale per ottenerne una utile è veramente molto ma molto improbabile, di una probabilità così piccola che è da considerarsi un evento impossibile.

Le proteine sono lunghe catene i cui anelli, in numero anche di  decine di migliaia, come delle lettere dell’alfabeto che formano parole lunghissime, sono amminoacidi scelti tra i 20 essenziali e basta che ci sia anche un solo errore in una singola lettera, cioè un amminoacido al posto di un altro, perché la proteina perda la sua funzionalità: ad esempio nell’emoglobina, che è composta da una fila di circa 600 amminoacidi, basta che in una data posizione un amminoacido sia sostituito da un altro perché essa non sia più in grado di trasportare l’ossigeno nel sangue (ciò provoca la cosiddetta grave malattia genetica detta anemia falciforme).

Ma le difficoltà salgono alle stelle, quando si prende in considerazione la seconda fase dell’«evoluzione chimica», durante la quale le «molecole prebiotiche» avrebbero reagito fra loro per formare polisaccaridi, polipeptidi – e poi proteine – e polinucleotidi – e poi acidi nucleici –, che unendosi insieme avrebbero formato i primi organismi. Qui il «caso» invocato dagli abiogenisti si rivela molto intelligente” (6).

Inoltre c'è un' altra difficoltà non di poco conto nella costruzione di queste strutture organiche: la chiralità della maggior parte delle sostanze di origine biologica dovuta alla asimmetria sferica delle molecole. Parecchie di queste molecole possono cioè esistere in due versioni simili ma non non equivalenti, come lo sono la mano ‘destra’ e la mano ‘sinistra’, quelle biologiche, per esempio 19 aminoacidi sui 20 che formano le proteine (la ventesima non è chirale), sono presenti solo nella forma ‘sinistra’, mentre gli zuccheri degli acidi nucleici sono presenti solo nella forma ‘destra’.

C’è qui perciò un altro grosso problema per i sostenitori del ‘caso’: per costruire le proteine  perché ha scelto come amminoacidi sempre e solamente quelli nella forma sinistra? E per formare gli acidi nucleici (RNA e DNA), come ha fatto a utilizzare sempre e solo gli zuccheri nella forma destra? L’origine di questa asimmetria è al momento avvolta nel mistero. E visto che la composizione dell’atmosfera terrestre primitiva non poteva causarla, alcuni hanno proposto ‘l’origine extraterrestre’ della vita, spostando così il problema sugli altri pianeti dove si sarebbero potute avere condizioni diverse da quelle della nostra Terra.

Ma “la chiralità non è, in ogni caso, l’unico problema insoluto. Nelle proteine, non solo la configurazione sterica (cioè la struttura 3D), ma anche la sequenza degli amminoacidi è tutt’altro che casuale, come pure la sequenza delle basi puriniche e pirimidiniche negli acidi nucleici (cioè nell’RNA e del DNA): entrambe sono strettamente ordinate alle funzioni biologiche della macromolecola all’interno dell’organismo. Possiamo tranquillamente parlare di un contenuto d’informazione insito in tali sequenze” (7).

Infatti un’altra difficoltà è il codice genetico, che consiste nella corrispondenza fra gli amminoacidi delle proteine – la cui sequenza, come s’è già visto, non può essere casuale, dovendo rispondere a specifiche funzioni biologiche – e le terne delle basi nel DNA: ad ogni terna corrisponde un amminoacido, e soltanto quello, mentre lo stesso amminoacido può essere codificato anche da più terne, cosa che rende perfettamente indifferente una buona parte delle mutazioni del DNA, quale che sia l’opinione dei neo-darwinisti in materia.

Questa corrispondenza è così importante, da essere stata chiamata, da uno degli scopritori della struttura del DNA, Francis Harry Compton Crick (1916-2004), «dogma centrale della biologia molecolare». È un codice pressoché universale e, da un punto di vista puramente chimico, arbitrario, come è dimostrato anche dalle varianti esistenti in diversi microrganismi e negli «organelli cellulari» chiamati mitocondri, un codice a proposito del quale è interessante rileggere questo poco entusiastico commento di Jacques Monod: «Ma il problema più grave consiste nell’origine del codice genetico e del suo meccanismo di traduzione. Più propriamente, invece che di “problema”, si dovrebbe parlare di enigma. Il codice non ha senso se non è tradotto. Il meccanismo traduttore della cellula moderna comporta almeno cinquanta costituenti macromolecolari, anch’essi codificati nel DNA. Il codice genetico può dunque essere tradotto solo dai prodotti stessi della traduzione. È questa l’espressione moderna dell’«omne vivum ex ovo». Ma quando e come questo anello si è chiuso su se stesso? È molto difficile anche solo immaginarlo». Qui Monod, che nel suo campo specifico è rigoroso, ammette di trovarsi in una specie di «vicolo cieco», salvo poi pretendere, poco dopo, di spiegare tutto con il solito binomio caso-necessità” (8).

I produttori delle proteine sono gli acidi nucleici contenuti nelle cellule, che sono fatte di proteine, ma per sintetizzare le proteine questi acidi nucleici hanno bisogno di enzimi che sono proteine  "Nelle cellule più semplici oggi conosciute sono necessari più di 100 enzimi (cioè proteine) per la sintesi degli acidi nucleici. Ma per produrre le proteine, la cellula ha bisogno delle informazioni genetiche contenute nel DNA. Quale dei due tipi di molecola si è quindi sviluppato per primo? Le proteine e gli acidi nucleici sono necessari contemporaneamente e non si conosce nessuna forma di vita che non li abbia entrambi" (9).

Cioè per produrre le proteine c’è bisogno degli acidi nucleici (RNA e DNA) - che sono presenti nelle cellule, che a loro volta sono sofisticatissimi laboratori chimici - ma per la sintesi di questi acidi nucleici servono delle proteine (gli enzimi). Ma allora cosa è nato prima? Le proteine o gli acidi nucleici? Questo è l'equivalente chimico del ‘prima l'uovo o la gallina?’. Come se ne esce? Gli evoluzionisti suppongono la nascita delle proteine prima della nascita delle cellule e successivamente suppongono la formazione dentro la cellula degli acidi nucleici (RNA e DNA), che si sarebbero poi fatti carico di produrre tali proteine. Insomma: si suppone, si suppone, imbastendo un racconto di come tutto sarebbe accaduto, senza mostrare però prove credibili e incontestabili che aiutino la ragione ad accettare come possibili e veramente accaduti questi molteplici passaggi casuali concatenati, ognuno dei quali  di probabilità praticamente nulla.

Dice in conclusione lo studioso Hall (2004): "Sebbene negli scorsi cinquant'anni lo studio della forma e della funzione dei supporti della vita - DNA e RNA - si sia sviluppato a tal punto da divenire un'importante branca della ricerca, non si sa praticamente nulla della loro formazione" (10).

Ma veniamo alla costruzione ‘casuale’ della cellula. Anche qui ipotesi di passaggi  altamente improbabili e senza vere dimostrazioni sperimentali.

Dice Guerra: “Polipeptidi statistici sono stati ottenuti, negli Stati Uniti, (da Sidney Walter Fox verso il 1958), riscaldando a 170 °C una miscela d’amminoacidi posti su un pezzo di roccia vulcanica, e in Europa, (una ventina d’anni dopo dal gruppo romeno di Cristofor Ioan Simionescu) – insieme con impurezze varie – mediante esperimenti simili a quelli di Miller, ma compiuti però sotto vuoto ed alle temperature «siberiane» di -40 °C e -60 °C (anziché a pressione atmosferica ed a temperatura ambiente). I prodotti ottenuti, posti in soluzioni acquose, si aggregano in microsfere, talvolta delimitate da una membrana polisaccaridica, chiamate, dagli autori, modelli di «protocellule», ma che con le cellule autentiche non hanno proprio niente a che vedere: sono prive d’attività metaboliche e riproduttive, in altre parole non vivono (11).

(continua)

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Note e crediti

(1) Scott G. Todd “A view from Kansas on that evolution debate” - Nature 1999, 401: 423 (30 September) – riportata da M. Georgiev in - Darwin oltre le colonne d'Ercole – a pag. 399  (il grassetto è mio)

(2) Mihael Georgiev - Charles Darwin oltre le colonne d'Ercole – Gribaudi 2009 - conclusioni a pag.445

(3) Giulio Dante Guerra – L’Origine della vita – il ‘caso’ non spiega la realtà – D’Ettoris Editori 2015 – pag. 22

(4) Giulio Dante Guerra - pag. 22 op. cit.

(5) Junker e Scherer – Evoluzione – un trattato critico – Gribaudi 2007– pag 104

(6) Giulio Dante Guerra - pag. 16 op. cit.

(7) Giulio Dante Guerra - pag. 19 op. cit.

(8) Giulio Dante Guerra - pag. 21 op. cit.

(9) Junker-Scherer – pag. 108 op. cit. (il grassetto è mio)

(10) Hall N. - The quest for the chemical roots of life - Chem. Commun. 2004 pag.1247-1252 - citato da Junker e Scherer in op. cit. a pag.111 (il grassetto è mio)

(11) Giulio Dante Guerra - pag. 19 op. cit. (il grassetto è mio)

8 commenti:

  1. D.N. Ritrovo nel suo articolo considerazioni familiari, a me che sono un biologo appassionato di biochimica e che non faccio di biologia e biochimica un argomento a favore dell'ateismo ma piuttosto riconosco che biologia e biochimica si affacciano sul mistero: mistero che forse Lei scriverebbe con la M maiuscola.

    Mentre trovo affinità tra le sue considerazioni e i miei dubbi che tutto sia dovuto al caso, non sono d'accordo sul titolo dell'articolo: non direi che la teoria dell'evoluzione in sé sia probabilmente falsa, in quanto mi pare esistano prove anche biochimiche di un collegamento fra classi differenti di viventi. Direi piuttosto che è discutibile affermare con certezza che la comparsa e lo sviluppo della vita (cioè l'evoluzione) siano dipendenti soltanto dal caso. Attualmente molti biologi stanno evidenziando una "informazione" necessaria per comprendere l'evoluzione. La questione (almeno per i biologi come me non dichiaratamente atei) è se il termine "informazione" sia relazionabile al termine "progetto".

    Aggiungendo una considerazione sull'esperimento di Miller, faccio notare che gli aminoacidi, che forse si sono formati nelle condizioni del brodo primordiale riprodotte da Miller in laboratorio, sarebbero poi stati prodotti nelle cellule in condizioni di pH e temperatura "standardizzate" tramite reazioni enzimatiche, catalizzate cioè da quelle affascinanti proteine che sono gli enzimi e che, come Lei spiega nel suo articolo, sono lunghe catene tridimensionali...di aminoacidi.

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    1. La ringrazio per aver letto l'articolo e per questo intervento.
      A dire il vero in un primo momento volevo intitolare il post senza il termine 'probabile' ma semplicemente con 'la falsità della teoria dell'evoluzione' ma la prudenza mista ad un calcolato temperamento nel linguaggio mi ha condotto a titolare così. Il fatto è che più studio la questione e più mi convinco che quelle che vengono spacciate ormai da troppo tempo come certezze dal neo-darwinismo siano in realtà spiegazioni opinabili mosse da motivi ideologici che quindi nulla hanno a che fare non solo col metodo scientifico ma anche semplicemente con la realtà. Lei stesso sembra non essere molto convinto quando dice "mi pare che esistano prove anche biochimiche di un collegamento tra classi di viventi...". Mi creda, da anni cerco nei miei studi e nella letteratura scientifica in materia questi collegamenti e queste prove ma non ne ho trovato nessuna tra quelle proposte che non fosse opinabile e suscettibile anche di interpretazione diciamo così 'creazionista'. Se lei sa di prove incontrovertibili me le comunichi, le sarei grato perché sicuramente nelle mie letture mi sono sfuggite e cmq in caso se ne potrebbe discutere con arricchimento reciproco. E mi sentirei anche meglio nel caso le trovassi convincenti perché mi toglierei dalla testa il timore attuale che mi attanaglia, e cioè che la teoria dell'evoluzione sia la più grande fake della storia della scienza.
      Comunque continuerò il discorso nei post successivi.
      Di nuovo grazie e un cordiale saluto

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  2. D.N. Prima di parlare in un breve intervento successivo delle prove biochimiche dell'evoluzione, faccio ancora qualche riflessione sull'esperimento di Miller...e sul dopo esperimento.

    Esperimento di Miller. Con scariche elettriche in un'atmosfera contenente metano, idrogeno e ammoniaca vengono sintetizzati alcuni amminoacidi.

    Dopo esperimento (mai realizzato finora in laboratorio). Gli amminoacidi prodotti dalle scariche elettriche si uniscono in catena formando le proteine. Dopo di ciò, le proteine insieme ad altre sostanze costituiscono aggregati capaci di autoreplicarsi, i quali "col tempo imparano" a sintetizzare gli aminoacidi di cui sono formati e lo fanno mediante una serie di reazioni catalizzate da specifici enzimi prodotti dagli aggregati stessi. Da notare che gli enzimi non sono strutture molecolari semplici anzi tutt'altro e sono costituiti anch'essi di aminoacidi in catena.

    Di simili meraviglie è piena la biochimica e il biochimico che riflette deve necessariamente chiedersi se tali meraviglie possano essere spiegate col "caso", anche dando al "caso" miliardi di anni per agire.

    Sempre riflettendo il biochimico capisce che quella del brodo primordiale dove nuotano gli amminoacidi è una storia della quale non si conoscono tutti i protagonisti, fa solo capire che la soluzione del problema dell'origine della vita è ancora lontanissima.

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  3. D.N. Il professor Luca Cavalli Sforza, che teneva il corso di genetica per biologi all'università di Pavia, sosteneva, a mio parere a ragione, che la biologia molecolare fornisce prove sufficienti per dimostrare la realtà dell'evoluzione.

    Una di queste prove è la somiglianza del DNA (diciamo della sequenza delle basi azotate) in specie simili, somiglianza che indica verosimilmente l'effettiva parentela tra queste specie: parentela significa avere un "antenato" in comune dal quale tali specie derivano.
    Un'altra prova può essere la presenza in quasi tutte le specie animali e vegetali del citocromo C, una proteina interessata al trasporto degli elettroni all'interno delle cellule nella cosiddetta catena respiratoria. I citocromi C delle diverse specie sono tutti simili tra loro, con differenze nella sequenza degli aminoacidi tanto minori quanto più le specie sono simili. Questo indica che i geni che producono il citocromo C nelle diverse specie derivano da un gene comune che ha subito tante più mutazioni quanto più tempo è passato dalla separazione delle linee evolutive.

    Queste sono le prove biochimiche dell'evoluzione che io ricordo, senza essere uno specialista e mi sembrano convincenti. Come già ho scritto, meno convincente mi sembra che quel complesso e sofisticatissimo laboratorio che è la cellula, nelle somiglianze e differenze che caratterizzano le cellule delle varie specie, sia il risultato di un processo casuale in assenza di "informazione"(progetto?).

    Questa meraviglia di fronte ad una estrema complessità miniaturizzata condivido con Lei, professor Canto, e devo dire che non è da tutti essere così attenti come Lei, in maniera non superficiale, ai contenuti profondi di una scienza che non è la propria specialità.

    Passando ad altro argomento (quello religioso) ricordo che la fede era certamente più facile quando il grande naturalista Linneo sosteneva che le specie animali e vegetali erano esattamente quelle che Dio aveva creato, ma ricordo di aver letto che il cardinale Newman, ora beato, non vedeva nell'ipotesi di Darwin una difficoltà per la sua fede religiosa. Io purtroppo questa difficoltà l'ho avuta, ma Lei mi insegna che a proposito ci sono da considerare molti altri fatti, oltre all'evoluzione.

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    1. Innanzitutto per i lettori che non sono addentro a queste tematiche bisogna premettere che le ‘affinità’ cioè le ‘forme simili’ di organi o strutture o materiale ereditario si devono distinguere in due tipi: ‘omologie’, affinità che indicano una discendenza comune e ‘analogie’ affinità che non indicano una discendenza comune, ma che anzi si sono sviluppate in maniera indipendente in specie differenti. Queste ultime sono fonte di imbarazzo per l’Evoluzionismo se non altro per una questione di probabilità e la teoria, pur ammettendone l’esistenza, non ha spiegazioni per la loro presenza. E’ certo che le ‘affinità’ si trasmettono con la discendenza (quindi all’interno della stessa specie o meglio degli stessi ‘tipi base’, cioè specie che possono incrociarsi) ma non è provato che si possano trasmettere tra specie differenti (cioè tra differenti ‘tipi base’), ma l’Evoluzionismo per analogia col caso ‘stessa specie’ dice che è possibile e che questo sarebbe la prova dell’evoluzione. Ma questa ‘trasmissione’ tra specie differenti non è stata dimostrata, e questo è perciò un ragionamento fallace (un circolo vizioso) in quanto quello che si vuol provare (trasformazioni da una specie ad un’altra cioè l’evoluzione) viene già presupposto (cioè si suppone già che questa trasformazione ci sia stata). Inoltre, cosa notevole, la distinzione se un carattere è da considerarsi ‘omologia’ o ‘analogia’ è spesso controversa, e non si può dimostrare con certezza che le affinità in realtà non possano essersi in realtà formate nello stesso modo, cioè con la stessa ‘forma,’ perché devono espletare funzioni simili, e che quindi non siano tutte ‘analogie’. La conclusione di Junker-Sherer (nell’opera citata nelle note, pag. 174) è perciò che “le omologie come indicatori di un’origine comune non si possono definire chiaramente sulla base di dati empirici, ma vengono riconosciute tali solo con la premessa di diversi ipotesi evolutive e applicando il principio di parsimonia. Anche per questo motivo le affinità non rappresentano alcuna prova indipendente a favore dell’evoluzione".

      E adesso veniamo alla questione del ‘citocromo C’. Negli anni settanta si riuscì a definire la sequenza delle proteine e dei geni del DNA e sorse la speranza che le ‘affinità’ a livello genetico rispecchiassero quelle a livello macroscopico e che quindi potessero essere utilizzate per costruire gli ‘alberi genealogici’ a partire da un antenato comune che portasse con i suoi rami alle nuove specie tramite l’evoluzione, mostrando così le parentele tra le diverse specie. E uno degli esempi più noti fu lo studio della trasformazione della proteina ‘citocromo C’ : in sintesi si suppose che poche mutazioni di essa significasse vicinanza nell’albero, molte variazioni invece la lontananza delle specie nell’albero evolutivo. Ma sorgono due problemi: anche qui viene supposta una ‘evoluzione’ molecolare che non è stata dimostrata e poi essa viene invocata come prova dell’evoluzione (circolo vizioso) e inoltre gli studi successivi più accurati di altre proteine e diversi altri geni, anche con l’uso del computer, ha comportato la nascita di contraddizioni con l’albero precedente e, tenendone conto, esso si ingarbuglia notevolmente trasformandosi in una specie di cespuglio mal curato. Insomma, come dicono Junker e Sherer (op. cit a pag. 177) “una ricostruzione dell’evoluzione priva di presupposti ipotetici (non dimostrati) non è dunque possibile neppure nella sistematica molecolare”.
      Quindi siamo alla conferma di quanto detto precedentemente: non ci sono prove inconfutabili dell’Evoluzione neanche a livello di biologia molecolare.

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  4. Anche se ho un' idea differente dal prof. Canto del valore che possono avere, per avvalorare la teoria dell'evoluzione, le somiglianze del DNA di specie diverse, anche io certamente non appartengo alla numerosa schiera degli evoluzionisti trionfanti, del tipo di quelli che presentano l'esperimento di Miller come un grosso passo avanti per comprendere l'origine della vita.

    Dalle poche righe che ho scritto penso si sia capito che la conoscenza della biologia e della biochimica ancor oggi (in realtà oggi più che quando ero giovane) mi fa considerare con stupore la complessità ordinata delle reazioni enzimatiche che sono presupposto della vita a ogni livello evolutivo.

    Tornando all'evoluzione, sono del convinto parere che spiegarla, come fanno i darwinisti, soltanto col meccanismo “mutazione e selezione” sia insufficiente e molto probabilmente sbagliato. Qualcosa, anzi molto, ancora sfugge. Questo qualcosa viene oggi da alcuni biologi definito “informazione”, concetto che forse intuisco ma che non ho portato al livello di idea chiara e distinta, come diceva Cartesio: sarebbe da approfondire studiando.

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    1. Anche se lei rimane della sua posizione evoluzionistica per quanto riguarda le somiglianze del DNA in specie diverse, noto che è molto scettico su le altre questioni e si pone delle domande su tante affermazioni degli evoluzionisti 'trionfanti' che vorrebbero far passare le loro tesi come verità conclamate. E' vero, oltre al problema fondamentale dell'assurdità dell'abiogenesi, la cellula è un altro esempio eclatante che ci porta a domandarci come si sia potuta formare con mutazioni casuali una tale meravigliosa complessità. Inoltre è giusto chiedersi come sia potuta nascere spontaneamente l'informazione che regola il funzionamento a diversi livelli di ogni essere vivente. Un'altra questione importante è come tutto ciò possa aver portato all'emergenza della coscienza...

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  5. D.N. Anche quello che si legge in questi giorni sul vaccino Pfizer basato sull'RNA messaggero del covid potrebbe far riflettere sulle basi biochimiche della vita così fragili e complesse da apparire improbabili o meglio sorprendenti dal punto di vista termodinamico. Non dice niente il fatto che il vaccino debba essere conservato a -70°C? Mi limito a porre una domanda, per vedere se una eventuale risposta è simile a quella che mi sono data io.

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