Il detto del titolo è un proverbio antico che in qualche maniera è vero e falso nel contempo.
Dio ha creato l’Universo e con esso le leggi che lo governano. Ogni realtà fisica, chimica e biologica opera entro questo ordine. In questo senso si può dire che ogni comportamento della natura avviene nel quadro voluto da Lui. Così anche il leggero vibrare di una foglia sotto una brezza primaverile si realizza nel modo consentito da tali leggi. Queste leggi sono come canali entro i quali la realtà naturale scorre, senza poter operare fuori dall’ordine voluto dal Creatore.
Se però adottiamo questa visione in modo strettamente meccanicistico, come fecero molti fisici dell’Ottocento, ogni cosa esistente, regolata da leggi deterministiche, si comporterebbe secondo uno sviluppo già fissato fin dal principio. Questo modo di vedere trovò la sua formulazione più esplicita in Laplace: se conoscessimo lo stato iniziale dell’universo, potremmo prevedere tutto applicando le leggi della fisica; ogni sistema evolverebbe secondo uno sviluppo già contenuto nelle condizioni iniziali. E in questo senso, seguendo tale prospettiva, Dio, avendo stabilito leggi e condizioni iniziali, conoscerebbe il futuro di ogni cosa come uno sviluppo determinato perfettamente dalla sua volontà. In questa prospettiva il futuro sarebbe interamente necessario e determinato sin dal principio.
Estendendo coerentemente questa visione, anche i nostri comportamenti e le nostre scelte non sarebbero che l’esito necessario di tali leggi: saremmo marionette mosse da fili invisibili, senza autentica libertà né responsabilità. Non manca chi ha cercato di sostenere questa posizione anche sul piano sperimentale. Alcuni noti esperimenti di neuroscienze sono stati interpretati come indizi del fatto che l’attività cerebrale preceda la consapevolezza della decisione, da cui qualcuno ha concluso che il libero arbitrio sarebbe un’illusione (1).
Ma una simile conclusione entra in tensione con la nostra esperienza più immediata. Noi ci percepiamo come soggetti che scelgono e che potrebbero fare diversamente. Se tutto fosse rigidamente determinato fin dall’origine, la libertà non sarebbe che un’impressione soggettiva e la responsabilità morale un concetto privo di fondamento.
È davvero possibile ridurre l’uomo a un semplice ingranaggio del meccanismo cosmico? Le nostre decisioni sono soltanto l’effetto di catene causali già determinate, oppure esiste in noi una capacità reale di scelta che non può essere interamente ricondotta al gioco delle leggi fisiche e biologiche?
Il determinismo assoluto non è stato messo in discussione soltanto sul piano filosofico. Anche la fisica del Novecento ha mostrato che il quadro meccanicistico non è l’unica descrizione possibile della realtà. La meccanica quantistica ha evidenziato che, a livello microscopico, non tutto è rigidamente determinato prima dell’interazione con l’ambiente. Possiamo calcolare probabilità, ma non prevedere con certezza l’istante preciso in cui un atomo radioattivo decadrà. Questo non significa che le leggi siano venute meno, né che l’indeterminazione coincida con il libero arbitrio umano. Significa però che il determinismo assoluto, nella forma immaginata da Laplace, non è l’unico orizzonte scientificamente plausibile.
In questo contesto riemerge il tema del “caso”. Se il determinismo non è necessario, occorre riconoscere che nella struttura del mondo creato vi è spazio per eventi non rigidamente fissati sin dall’origine. Il caso non è una forza autonoma né un principio rivale di Dio, ma il nome che diamo alla contingenza reale degli eventi: ciò che, pur avvenendo entro l’ordine delle leggi, non è predeterminato in modo meccanico nei suoi dettagli. Un mondo reale non è un copione già scritto. È un ordine dinamico nel quale esistono interazioni molteplici, libertà finite e accadimenti che sfuggono alla nostra previsione.
Ed eccoci al punto. Dio ha voluto creare un mondo nel quale coesistano ordine, contingenza e libertà. Non perché Egli sia limitato, ma perché ha scelto di non determinare meccanicamente ogni singolo evento, lasciando spazio a causalità create e alla libertà delle persone.
Proprio a partire da questa libertà occorre distinguere tra due forme di male. Vi è il male morale, che nasce dall’uso distorto della libertà, quando l’uomo sceglie contro il bene. E vi è il male naturale, che comprende sofferenza, malattia, catastrofi e morte: eventi che non dipendono direttamente dalla nostra scelta. Molte obiezioni contro Dio nascono proprio dalla confusione tra queste due realtà.
Dio non è l’autore del male morale. Lo permette, perché senza la possibilità del male non esisterebbe libertà autentica. Eliminare il rischio significherebbe eliminare anche la responsabilità.
Quanto al male naturale, il discorso è diverso. Esso non nasce da una decisione libera immediata, ma dalla condizione stessa del mondo creato. Un universo finito, regolato da leggi stabili e dinamiche, comporta trasformazione e vulnerabilità: elementi che appartengono alla sua struttura.
Tuttavia la tradizione cristiana insegna che l’uomo fu creato in uno stato di armonia originaria, in una condizione nella quale tale fragilità non costituiva il suo destino. Pur dotato di libero arbitrio, godeva di un equilibrio particolare tra sé e il creato. Con il peccato originale tale ordine si è infranto. Non nel senso che Dio abbia alterato arbitrariamente le leggi della natura, ma nel senso che la relazione tra l’uomo e il mondo si è spezzata e la finitezza del creato si è manifestata pienamente anche nella condizione umana.
Come scrive San Paolo, la creazione “geme e soffre nelle doglie del parto”, in attesa della redenzione. Il male naturale non è una creazione positiva di Dio, ma il segno di una condizione ferita che attende restaurazione. La storia del mondo non è un meccanismo chiuso, ma un dramma aperto che tende a una restaurazione finale.
Infine qualcuno potrebbe obiettare che, se il futuro dipende anche dalla contingenza e dalle scelte libere, Dio non possa conoscerlo. Ma Dio non “prevede” il futuro come noi: Egli è al di fuori del tempo e vede in un unico atto eterno ciò che per noi è passato, presente e futuro. Dio conosce le scelte libere e gli eventi contingenti, ma conoscerli non significa determinarli.
Un’ultima considerazione riguarda la preghiera. Se Dio ha voluto un mondo reale e libero, anche la preghiera rientra in questo ordine: non come richiesta che costringa Dio, ma come relazione personale attraverso la quale Egli può operare nella storia secondo la sua sapienza. Non sempre l’esito coincide con ciò che chiediamo, perché per Dio non è decisiva l’assenza di prove, ma il destino eterno della persona.
Forse allora il proverbio va compreso così: non si muove foglia che Dio non voglia — ma Dio ha voluto che non tutte le foglie si muovano per forza.
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Note
(1) Su questo dibattito e sui limiti di tali interpretazioni rimando al mio post Il cervello, la coscienza e il libero arbitrio (2019): https://mi-chael.blogspot.com/2019/03/il-cervello-la-coscienza-e-il-libero.html

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