9 settembre 2020

Creazione o evoluzione? - parte 5^

Continuo con questo post il discorso sull'evoluzione (affrontato nella parte 1, parte 2, parte 3, parte 4).

Nello studiare biologia e genetica si rimane impressionati dalla sbalorditiva complessità degli esseri viventi. A partire dalla cellula fino all’organismo completo anche dell’animale più piccolo, è tutta una complessa rete di organi, strutture e funzioni costituiti e regolati da proteine ed enzimi che ‘comunicano tra loro’. Costituenti essenziali sono le proteine, lunghe catene 3D composte anche da migliaia di amminoacidi, e che sono costruite tenendo conto delle istruzioni fornite dai geni a cui la stessa proteina fa riferimento. In tutte le parti è un continuo comunicare e scambiarsi informazioni e ogni singolo componente sa in ogni momento cosa fare. 

Occorrerebbe chiedersi ma chi gli ha insegnato a fare ciò che fanno? Insomma abbiamo tante macchine perfettamente funzionanti che sono state costruite a partire dalle cellule uovo per diventare organismi completi.

Lo sviluppo embrionale non è influenzato da fattori esterni (come invece asseriva Darwin) ma è l’esecuzione di un preciso progetto incorporato nei viventi.

Dice il biologo Miroslav Houb: “Tra il quinto e il decimo giorno la massa di cellule staminali si differenzia nel piano di costruzione generale dell’embrione e dei suoi organi. È come un pezzo di ferro che si trasforma in una navetta spaziale. In effetti, è la meraviglia più profonda che possiamo immaginare e accettare, e allo stesso tempo così usuale che dobbiamo sforzarci di interrogarci sulla meraviglia di questa meraviglia” (1).

Con questo brano, che pure riporto perché comunque significativo, concordo però solo in parte, non mi convince infatti la similitudine ‘dal pezzo di ferro alla navicella spaziale’: non si può paragonare una cellula uovo che contiene già le istruzioni per la costruzione completa dell’organismo ad un pezzo di ferro, è qualcosa già di infinitamente complesso rispetto alla materia inanimata, è l’organismo completo in grado ‘potenziale’… e lo stesso comparare l’organismo vitale ad una navicella spaziale credo sia quanto meno riduttivo.

Infatti un po’ come per la costruzione di un edificio deve essere specificato nel progetto la presenza di impianti (elettrico, idraulico, ecc..), la sua forma complessiva fino ai dettagli, le diverse fasi costruttive, così “per costruire un animale deve necessariamente esserci un programma di sviluppo molecolare che deve contenere molti passi distinti e che deve essere profondamente coerente (…) la mutazione casuale non può fare passi molecolari multipli e coerenti (…) per cui (…) dobbiamo già sospettare che fino a un certo punto le forme animali sono progettate” (2).

Inoltre è stato scoperto che il progetto di costruzione non risiede nel nucleo della cellula, quello dove c’è il DNA, ma all’esterno di esso, nella rete citoplasmatica della cellula stessa, in quella che un tempo si pensava avesse solo un compito di sostegno strutturale. Infatti se nell’uovo di una gallina all’embrione si sostituisce quello di un fagiano, si svilupperà sempre una gallina anche se difettosa in quanto i pezzi di costruzione forniti dal DNA cellulare, le proteine, non sono proprio quelli adatti a costruire un pulcino di gallina ma bensì quelli di un fagiano. E’ un po’ come se ad un impianto che produce moto vengano usati i pezzi di ricambio di un’auto: ne verrà fuori una moto ma con i pezzi dell’auto, anche se adattati alla moto. Quindi il progetto costruttivo non sta nel DNA bensì nel citoplasma. E’ stata così smentita la tesi evoluzionista che tutto sia nel DNA.

E anche l’ipotesi sull’esistenza di organismi primitivi ‘semplici’, come delle gocce di protoplasma, fatta per rendere credibile la tesi dell’evoluzione dalla materia inanimata a quella animata, è risultata essere avventata: perfino gli organismi costituiti da una sola cellula sono in realtà delle macchine complesse e miniaturizzate.

Oltre alla complessità strutturale e funzionale dei viventi, che supera ogni immaginazione, sono stati scoperti anche meccanismi di controllo e riparazione degli errori di copiatura, con dispositivi che ‘suicidano’ la cellula qualora le funzioni cellulari si alterino oltre una certa soglia. Questi sono meccanismi ostili all’evoluzione, che è fondata sulle mutazioni casuali nel genoma” (3).

Ecco perciò un discorso molto importante fatto dallo studioso evoluzionista Shapiro: “Gli ultimi 50 anni di genetica e biologia molecolare hanno portato a scoperte rivoluzionarie. Capovolgendo le visioni troppo semplificate della metà del ‘900 sull’organizzazione e funzione cellulare, la rivoluzione molecolare ha rivelato un non previsto regno di complessità ed interazione, più compatibile con la tecnologia dei computer che con la visione meccanicistica che dominava nel campo ai tempi della formulazione della moderna sintesi neodarwiniana. I cambiamenti concettuali della biologia sono di grandezza simile a quella della transizione dalla fisica classica alla fisica relativistica e quantistica (…) (4).

E risultata falsa anche la storia evolutiva rappresentata come un albero, in cui si inizia con organismi semplici (il tronco) e si finisce con organismi sempre più complessi e differenziati (i rami e le foglie), nonostante i testi moderni dicano che questo è confermato a livello e molecolare e genetico, la situazione è in realtà più confusa e complicata tanto che i biologi vorrebbero rimpiazzare l’albero con qualcosa di nuovo. Lo studio dei microrganismi più antichi ha fatto scoprire che erano più complessi di quelli moderni, e questo è un grosso problema per l’Evoluzionismo.

Ed è risultato non vero anche l’assioma che ogni gene produce una proteina: in realtà si è scoperto che il 97% dei geni non codifica proteine. Inizialmente, dopo questa rivelazione, gli evoluzionisti affermarono che questo 97% di genoma fosse DNA spazzatura, cioè inutile residuo della storia evolutiva, ma poi si è trovato che questo DNA serve, eccome, soprattutto per lo sviluppo e il funzionamento degli organismi più complessi.

Usando geni che codificano proteine come misura della complessità, gli insetti diventerebbero meno complessi dei vermi e l’uomo meno del riso. Noi suggeriamo che il DNA che non codifica proteine aumenta (negli organismi più complessi – nota mia) e i modelli di cui è composto sono principalmente funzioni di aumento del contenuto informatico. E’ possibile che gli introni, le sequenze intergeniche, gli elementi ripetitivi del DNA genomico, considerati in precedenza inerti (cioè DNA spazzatura- nota mia) sia molto più importanti per l’evoluzione e il corredo funzionale degli organismi complessi di quanto non fosse ritenuto in precedenza” (5).

Le ultime ricerche hanno dato ragione a Tafte e Mattick. Praticamente tutto il DNA, anche quello che non codifica proteine, è trascrivibile in RNA e che una parte viene poi trascritta in senso inverso, con estensiva sovrapposizione tra unità di trascrizione e di regolazione; le stesse sequenze genomiche sono quindi multifunzionali, cioè utilizzate ripetutamente e per funzioni diverse e indipendenti: e questo aumenta notevolmente il contenuto informatico del genoma. (…).

Ciò ha conseguenze devastanti per i processi ‘evolutivi’:

1) gli effetti delle mutazioni, sono tanto più dannose quanto più sofisticate e complesse sono le funzioni con le quali interferiscono

2) proprio i segmenti polifunzionali del ‘DNA spazzatura’ appartengono ad una classe di sequenze (…) altamente conservate in diverse specie di mammiferi molto distanti e in genere sono molto più conservate rispetto alle sequenze che codificano proteine’. Tali sequenze sembrano fondamentali per l’ontogenesi (cioè per lo sviluppo individuale a partire dalla cellula uovo – nota mia). (6)

I confronti tra genomi di organismi diversi hanno rivelato modelli inaspettati di conservazione evoluzionistica attraverso forme di animali lontane l’una dall’altra, mentre genomi apparentati strettamente differiscono in modo significativo nell’organizzazione di elementi ripetitivi di DNA che non codificano proteine.

Dice sempre Shapiro:

Come tutta questa modularità, complessità ed integrazione sia comparsa e cambiata durante la storia della vita sulla Terra è un problema centrale dell’evoluzione. Le mutazioni casuali localizzate, la selezione che agisce su ‘un gene per volta’ e la modifica graduale delle singole funzioni non sono in grado di dare una spiegazione soddisfacente dei dati molecolari, pur concedendo tutto il tempo che si vuole per il cambiamento. Vi sono semplicemente troppi grandi potenziali di libertà per la variabilità casuale e troppe interconnessioni da spiegare (..)

Per prima cosa tutte le cellule, dai batteri all’uomo, possiedono sistemi veramente sbalorditivi di riparazione, che servono per rimuovere le fonti di mutazione fortuita (…). E’ stata una sorpresa imparare quanto a fondo le cellule si proteggono precisamente contro quei tipi di cambiamenti genetici fortuiti che secondo la teoria convenzionale sono la fonte della variabilità evolutiva. Grazie ai loro sistemi di rilevamento e riparazione, le cellule viventi non sono vittime passive delle forze casuali della chimica e della fisica. Esse devolvono grandi risorse per sopprimere le variazione genetica casuale. (…)

La seconda grande lezione degli studi molecolari delle origini del cambiamento genetico è che tutte le cellule possiedono agenti biochimici multipli di ingegneria genetica naturale – processi che includono il taglio delle molecole di DNA e la riorganizzazione dei segmenti tagliati in nuove sequenze (…) In altre parole il cambiamento può essere grande e non casuale (…)

Il punto che emerge da questa discussione è che la nostra attuale conoscenza del cambiamento genetico è contraria ai postulati del neodarwinismo (…) (7).

Quindi per Shapiro le mutazioni casuali non spiegano l’evoluzione, la variabilità osservata tra i diversi organismi è dovuta all’azione di sistemi di ingegneria molecolare incorporati nelle cellule stesse.

Il genoma umano consta di 6 miliardi di lettere (nucleotidi). “Da dove è venuta tutta questa informazione e come potrebbe mantenersi?” di chiede John Stanford, La risposta neodarwinista è: “Il genoma umano deriva da un primo genoma semplice grazie a una lunga serie di ‘errori tipografici’ (mutazioni) e tanta copiatura differenziata (selezione naturale) . Questo è l’assioma fondamentale dell’evoluzione biologica: le mutazioni casuali che avvengono a livello molecolare sono filtrate da un setaccio riproduttivo che agisce a livello dell’intero organismo”. (8)

Per Stanford questa assioma è falso per i seguenti motivi:

Data la complessità del genoma è difficile immaginare una variazione veramente benefica, secondo alcuni calcoli lo sarebbe una su un milione.

Le mutazioni dannose sono facilmente eliminate dalla selezione.

Le mutazioni neutrali’ che sono la stragrande maggioranza restano. Tuttavia il loro accumulo danneggia il genoma, come gli errori tipografici danneggiano uno scritto.

Inoltre la frequenza delle mutazioni non è quella che si era ipotizzata negli anni ‘50, ma molto più alta: gli ultimi dati parlano di 100 mutazioni nelle nostre cellule germinali per persona per generazione.

Il meccanismo che dovrebbe eliminare le mutazioni e conservare il contenuto informatico del genoma è la selezione naturale. Ma essa può al più rallentare ma non fermare la degenerazione del genoma stesso. Infatti la selezione non vede e non seleziona le singole mutazioni, ma solo l’intero organismo. “i geni umani non esistono mai come ammassi ma come complessi raggruppamenti in persone reali. Ogni nucleotide è intimamente associato nella persona con tutti gli altri nucleotidi e questi sono selezionati o rigettati come un set di 6 miliardi. Ora sappiamo che i nucleotidi umani sono ragruppati in blocchi della grandezza da 10.000 a un milione. I blocchi sono ereditati come singole unità e non si scompongono mai.” (9)

Che attualmente il genoma umano degeneri è riconosciuto anche dai genetisti evoluzionisti.

L’idea che il meccanismo mutazione/selezione possa spiegare l’evoluzione fallisce di fronte al calcolo delle probabilità. Infatti i calcoli della possibilità di fissazione di una singola mutazione benefica nella popolazione dimostrano che nella migliore delle ipotesi l’evoluzione non è possibile nei tempi indicati dalla teoria, ma necessitano di tempi paragonabili all’età dell’Universo, cioè 13 miliardi di anni.

In sintesi, per dirla con Mihael Georgiev: "i meccanismi della genetica non solo non spiegano l’origine dell’informazione nel genoma, ma non riescono neanche a giustificare come questa informazione riesca a conservarsi. La selezione naturale non solo non è in grado di aumentare l’informazione genetica e produrre nuove e più complesse forme di vita, ma non è in grado nemmeno di impedire l’inesorabile degenerazione delle forme esistenti. La vita attualmente non è in fase né di progresso né di conservazione ma di regressione.(E’ una legge di crescita inesorabile di “entropia genetica”- nota mia). Ma se il genoma degli animali complessi sta degenerando allora nel passato era con meno errori e perciò all’inizio doveva essere stato perfetto! Ma questa conclusione è creazionista!" (10)

(fine 5^ parte)

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Note e crediti

(1) Miroslav Houb, da una intervista a Scott Gilbert nel ilsussidiario.net del 07/09/2020. 

(2) Behe “The Edge of Evolution” Free Press NY 2007 a pag 179 citato da Mihael Georgiev nel libro “Charles Darwin oltre le colonne d’Ercole” Ed Gribaudi 2007 a pag. 306

(3) Mihael Georgiev Charles Darwin oltre le colonne d’Ercole” Ed Gribaudi 2007 a pag. 308

(4) Shapiro “A third way” Boston Review Febraio /Marzo 1997 riportato da Mihael Georgiev in op.cit. a pag 319

(5) Tafte Mattick in Genome Biology 2003 riportati da Mihael Georgiev a pag. 316 in op. cit.

(6) Mihael Georgiev pag 317 op. cit.

(7) Shapiro “A third way” Boston Review Febraio /Marzo 1997 riportato da Mihael Georgiev in op.cit. a pag 320

(8) John Sanford “Genetic Entropy and the Mistery of the Genome” FMS Publication NY 2008 pag 3 e 4 riportato da Mihael Georgiev in op. cit. a pag. 322

(9) John Sanford “Genetic Entropy and the Mistery of the Genome” FMS Publication NY 2008 pag 4 e 5 riportato da Mihael Georgiev in op. cit. a pag. 322

(10) Tratto da Mihael Georgiev pag. 330 op. cit


1 commento:

  1. Sono un biologo e seguo da tempo quanto Lei pubblica. Non entro nell'argomento da Lei affrontato, anche se ha rappresentato e rappresenta per me uno degli interessi fondamentali. Scrivo solo per esprimerLe considerazione per la coerenza del Suo pensiero. Sì un pensiero coerente con quella che era la cultura cattolica che conoscemmo quando eravamo giovani (io ho più o meno la Sua età) e che adesso a me personalmente sembra per così dire scomparsa, nella triste allegria bergogliana. Questo almeno è il parere di uno che fu cattolico in gioventù.

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