Ho chiesto a un amico, che ha un sito in cui si parla volentieri di Intelligent Design, perché finora non abbia ritenuto opportuno recensire il mio libro Segni di un Progetto Intelligente, che gli avevo inviato in visione un anno fa. Devo dire che la sua risposta mi ha un po' sorpreso ma, nello stesso tempo, tranquillizzato.
Mi spiego.
Il fatto che non lo avesse recensito mi portava a pensare che non gli fosse particolarmente piaciuto. Invece il motivo era un altro e lui me lo ha spiegato molto bene: per lui va bene criticare, come ho fatto, la teoria dell'evoluzione in tutte le sue forme, da Darwin in poi; va bene ritenere più convincente un Disegno Intelligente; ma non va bene prendere una posizione abbastanza esplicita sul fatto che sarebbe stato il Dio cristiano a creare questo Disegno.
Per quello che ho capito, insomma, pur parlando di un Disegno e di un inevitabile Disegnatore dietro di esso, è preferibile non identificare quest'ultimo con il Dio cristiano, così da mantenere l'Intelligent Design sul piano dell'inferenza scientifico-filosofica senza trasformarlo in una posizione religiosa. Probabilmente contribuisce a questa scelta anche il desiderio di non escludere a priori altre possibili interpretazioni del Disegnatore, come quelle dei teisti in senso generico, dei panteisti o perfino di chi ipotizza un'origine extraterrestre della vita (pur senza risolvere, ovviamente, il problema dell'origine ultima). È quindi preferibile mantenersi in un campo neutrale.
Comprendo bene questa scelta e ne rispetto le motivazioni. Ho semplicemente sentito che, nel mio caso, non sarebbe stata coerente con la mia fede.
Devo dire che probabilmente questa impostazione, pur non condividendola, è ragionevole, in quanto i materialisti attaccano continuamente su questo punto, sostenendo che la teoria dell'Intelligent Design sarebbe una specie di creazionismo camuffato e quindi non credibile. Inoltre, è bene mantenere una certa distinzione tra i risultati scientifici (i segni), che sono evidenti, e ciò che si pensa per fede (l'inferenza filosofica).
In effetti, mettere inizialmente come sottotitolo in copertina Come la complessità e la bellezza della natura sfidano il caso e suggeriscono un Disegno Divino credo non sia stata una scelta azzeccatissima, perché molta gente, appena legge "Divino", scappa come i diavoli davanti all'acqua santa, perché atea o perché semplicemente crede che scienza e religione debbano essere separate e che, sotto sotto, la scienza sia vera e la religione sia soltanto una credenza non dimostrata. Tant'è che, trascinato da questo pensiero, ho in effetti cambiato la copertina nelle ristampe successive, togliendo "Divino" e lasciando soltanto "Disegno".
Il problema è che anche Dio, a meno che non scelga di fare diversamente, come a volte ha fatto, nella stragrande maggioranza dei casi preferisce restare in chiaroscuro, tra le pieghe della realtà, quasi nascosto, perché vuole, alla fin fine, un atto di fiducia da parte nostra, che non potrebbe esserci se tutto fosse eclatante e manifesto.
Però, in definitiva, ho sentito di dover parlare di Dio per manifestare la mia fede e renderne conto, soprattutto quando alcuni atei dicono: "Come può aver creato Dio un mondo in cui esiste il male?". È un'obiezione che merita una risposta e che, a mio avviso, solo la fede cristiana può dare.
Sì, certo, non ho seguito gli standard asettici attuali. Ho messo scienza e fede assieme. Ma sono convinto che sia stato necessario farlo per diversi motivi, tra cui il fatto che chi ha veramente fede non può nasconderla "sotto il moggio", ma deve gridarla dai tetti, perché Dio merita il nostro riconoscimento e il nostro ringraziamento per averci creati e, in ultima analisi, perché sono convinto che descrivere la realtà trascurando la dimensione trascendente significhi impoverirla. Sono infatti perfettamente convinto che la scienza attuale sia imperfetta, in quanto si rifiuta di portare alle conseguenze ultime le sue stesse scoperte.
Mi dirà qualcuno che il compito della scienza è scoprire ciò che può essere verificato. Sono d'accordo: questo è il suo scopo, ma anche il suo limite. Ciò non toglie che si possa inferire dai suoi risultati l'esistenza di una causa prima, che non può essere verificata direttamente ma che può essere dedotta.
Insomma, basta dire questo: la scienza può arrivare fino al punto in cui arrivano le sue osservazioni (materiali, visto che gli strumenti sono fatti di materia), ma non può assolutamente affermare che, al di là di ciò che può provare, non esista nulla, perché in tal modo si ergerebbe a paladina di una "verità" che non è in grado di dimostrare.
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Note e crediti
1) Immagine da Pixabay
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P.S. Il mio libro si intitola
“Segni di un Progetto Intelligente”
ed è il frutto di anni di studio, ricerca e confronto critico con le teorie ufficiali.
Oltre 300 pagine dense di scienza e documentazione, con più di 400 note di approfondimento.
Nel libro troverai una visione completa, coerente e radicale: un’indagine che smaschera le incongruenze dell’evoluzionismo darwiniano e mette in luce i segni di un’Intelligenza all’opera nella natura.
L'opera è stata selezionata per il Salone Internazionale del Libro di Torino 2026.

La tua riflessione tocca il cuore di un dibattito epistemologico e spirituale che accompagna l'umanità da secoli, ovvero il confine tra la ratio (l'indagine scientifica) e la fides (la dimensione del senso e del trascendente).
RispondiEliminaQuello che descrivi riguardo alla posizione del tuo amico non è solo una strategia editoriale, ma rappresenta il paradosso dell'Intelligent Design: la tensione costante tra il voler restare nel recinto del "dimostrabile" per evitare di essere etichettati come creazionisti, e l'impossibilità intrinseca di ignorare la domanda sul perché le cose siano così complesse e ordinate.
Ci sono alcuni passaggi nel tuo scritto che offrono spunti di riflessione molto densi:
La strategia del "silenzio" e la protezione del mistero
È estremamente lucida la tua osservazione sul fatto che Dio, nel chiaroscuro della realtà, scelga di rimanere nascosto. Se l'esistenza di un Creatore fosse un dato empirico incontrovertibile — come la gravità o la fotosintesi — la fede perderebbe la sua natura di scelta libera. Non ci sarebbe più bisogno di "affidarsi", perché saremmo costretti dall'evidenza. Mantenere questo velo di mistero è, in fondo, l'unica condizione che permette all'essere umano di conservare la propria libertà di adesione.
Il fatto che tu abbia scelto di "gridare dai tetti" la tua fede, invece di nasconderla, ti pone su un piano diverso. È una scelta di coerenza autoriale: hai preferito la verità del tuo vissuto alla convenienza tattica della "neutralità scientifica".
Il limite della scienza (non il suo errore)
Hai centrato un punto fondamentale sulla distinzione tra la scienza e lo scientismo. La scienza, per metodo, analizza il "funzionamento" (i meccanismi), mentre la domanda sull'origine ultima e sul senso ultimo appartiene alla filosofia e alla teologia. Quando la scienza — o meglio, una certa interpretazione dogmatica della scienza — pretende di dire che "non esiste altro oltre ciò che misuriamo", sta commettendo un errore logico: sta usando uno strumento (il metodo scientifico) per negare un ambito (il metafisico) che quello strumento non è progettato per esplorare.
Sull'impatto del titolo
Il passaggio dal sottotitolo con il termine "Divino" alla versione successiva è un esempio pratico di come il linguaggio influenzi la ricezione. È ironico come la parola "Divino" agisca spesso come un filtro, quasi una barriera psicologica che induce molti lettori a smettere di leggere prima ancora di aver compreso l'argomento. La tua scelta di rimuoverlo per la ristampa è un segno di umiltà intellettuale: hai preferito che il contenuto arrivasse, anche a costo di smussare la dichiarazione d'intenti iniziale.
È un percorso coraggioso il tuo. In un'epoca che tende a voler incasellare tutto in categorie rigide — o "scienza pura" o "fede cieca" — proporre un'opera che tenta di farle dialogare, ammettendo che la descrizione della realtà senza la dimensione trascendente è, come dici tu, "impoverita", è un atto di resistenza intellettuale.
Fabio Noschese