10 dicembre 2011

Felicità - Istruzioni per l'uso

Ripropongo dopo averli condensati, alcuni miei precedenti post sulla felicità... e ciò nella speranza che chi li legge vi possa trovare degli spunti per costruire la sua di felicità!
 
Non voglio dirlo forte ma da un po’ di tempo mi capita  di sentirmi felice. Intendiamoci, non è che io mi senta così perché le vicende della vita vanno sempre per il verso giusto, spesso anzi capitano nel modo indesiderato, ma, sotto sotto, nel mio animo dove un tempo c’era una specie di "angoscia esistenziale" adesso regna quella che potrei definire come una "gioia esistenziale"...


Mi pare ovvio che si può dire che uno è felice non perché è ricco, possidente, viaggia, ha successo, ecc. ma semplicemente perché "dentro di se" sente di esserlo.  Le condizioni esteriori possono essere le più disparate, ma la sensazione interiore è quella che fa la differenza fra uno stato di infelicità e uno di felicità.
Scrivo questo post per aiutare chi mi legge ad essere felice, cercando di dare dei consigli su cosa penso che possa rendere tale. O almeno ci provo!

Personalmente non mi sono sempre sentito così, anzi ci sono stati periodi della vita in cui mi sono proprio sentito infelice, altri in cui ho provato una sensazione di vuoto, altri di ansia, altri ancora di depressione. Ad esempio molti anni fa provai per circa un mese (quindi per un periodo abbastanza breve per mia fortuna) una specie di depressione, e fu veramente penoso. Quella forma di depressione la potrei descrivere come uno stato in cui il mondo sembrava piatto e in bianco e nero, nessuna sensazione provocava emozioni, percepivo ogni cosa come grigia, monotona e senza significato o importanza. Era uno stato in cui ti senti paralizzato dentro, come se pur volendo volare  il tuo spirito invece è pesantissimo, incatenato e prigioniero di una stanza buia hiusa da pareti senza finestre. Si prova come un’asfissia dell’anima, le molle interiori, quelle che vibrano e risuonano quando provi delle sensazioni piacevoli, sono come bloccate. Considero la depressione come uno dei possibili modi in cui si può presentare l’infelicità.
A quanto pare l’infelicità purtroppo è molto diffusa al giorno d’oggi, ci sono in giro tante persone disperate dentro, alcune coscienti di esserlo altre un po’ meno. La terapia che anche inconsapevolmente molti attuano per diminuire tale sensazione penosa è quello di bombardarsi di stimoli, darsi ai divertimenti, al frastuono, alla feste, ai viaggi, allo shopping , agli spettacoli, e talvolta all’alcool, al sesso e alla droga, e questo nella speranza che tutto ciò provochi delle sensazioni tanto forti da far vibrare un po’ le molle interiori bloccate e così creare delle emozioni piacevoli che facciano sentire "vivi". Ma, ahi me, spesso in realtà accade che il tutto si riveli inutile.

Allora, quale ‘strategia’ proponi per diventare felici, chiederete voi?
Cominciamo con ordine innanzi tutto ad analizzare alcuni ‘equivoci’ che non permettono il raggiungimento della felicità (1)

( N.B. - molti spunti di ciò che scrivo, alcuni ripresi testualmente e riportati in corsivo, li ho tratti da – Piccolo manuale di Apologetica 2 – ed. Piemme, in particolare dal capitolo ‘Il cristiano è un represso?’ di Samek Lodovici).

Nell’odierna società (quella nostra occidentale soprattutto) l’infelicità è molto più diffusa che in passato. Infatti alcuni indicatori lo provano: aumento dei suicidi, delle famiglie in crisi, dei casi di patologie psichiche, aumento nel consumo di psicofarmaci e di droghe..


I motivi principali di questa diffusione di infelicità sono costituiti da illusioni che la cultura dominante, tramite i mass media, ormai propala da decenni, equivoci derivanti da ciò che si crede possa portare la felicità o il suo opposto, l’infelicità. Infatti:

1) E’ passata ad esempio l’idea che per poter essere felici bisogna mettere da parte la morale e la religione. 
C’è una convinzione diffusissima che tra moralità e felicità ci sia una opposizione insanabile, per cui sarebbe più ragionevole vivere immoralmente ma felicemente.
In realtà l’uomo morale non è quello che vive la sua esistenza motivato esclusivamente da divieti e doveri, ma è quello che vive motivato dall’amore, che fa tutto per amore e le virtù che esercita sono espressioni di questo amore: infatti la prudenza significa reperire i mezzi per procurare il bene di chi amiamo, la giustizia è cercare il bene dell’altro, la fortezza significa sopportare le difficoltà e gli sforzi per amore di qualcuno o di Dio, la temperanza è il custodire noi stessi per poterci donare a chi amiamo.
La sintesi dei comandamenti, essenza della morale cristiana è : "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, la tua forza e la tua mente" e "il prossimo tuo come te stesso".

2) Un altro errore è quello che ritiene la morale sessuale cristiana frustrante.
Invero, a dispetto della rappresentazione falsa dei media, come spiegano anche gli psicologi, chi vive all’insegna dell’etica sessuale edonista si condanna ad una progressiva frustrazione. Lo confermano due sostenitori del ‘sesso libero’ come Sartre e Moravia, che hanno definito l’esistenza come ‘nausea’ o ‘noia’.
E la psicologia contemporanea conferma. ".. Il clinico può osservare giorno dopo giorno… che il principio del piacere è in realtà autodistruttivo. In altre parole, la ricerca diretta del piacere è autodistruttiva: è una contraddizione in sé,… proprio nella misura in cui l’individuo comincia a cercare direttamente il piacere, o a sforzarsi di conseguirlo, in quella stessa misura non può raggiungerlo. Quanto più si sforza di guadagnarlo, tanto meno lo consegue"
(2)

E Sidgwick (autore di quella corrente morale che è l’utilitarismo) parla precisamente di un "paradosso fondamentale dell’edonismo" (che è una forma di egoismo), consistente nel fatto che "l’impulso al piacere, se troppo predominante, viene a vanificare il suo stesso fine". "i nostri godimenti non possono essere conseguiti se il nostro scopo viene consapevolmente concentrato su di essi". 
E Frankl : “Il piacere non si lascia affatto ‘intendere’, cioè ricercare per se stesso: non può essere ottenuto che quale effetto spontaneo, appunto senza essere ricercato. Al contrario, più l’uomo ricerca il piacere, più questo gli sfugge. Il principio del piacere, portato alle sue più estreme conseguenze, non può che fallire miseramente, e questo per il semplice fatto che da se stesso si ostacola. Quanto più cerchiamo di raggiungere qualcosa con tutte le forze, tanto più è difficile ottenerla” e ancora “Nella misura in cui il piacere viene a essere il contenuto della propria intenzionalità, l’oggetto specifico della propria riflessione, svanisce la ragione per essere felice e si dilegua lo stesso piacere” (3) .


3) Un altro equivoco è costituito dal fatto che l’espletamento dei doveri inerenti il nostro stato
, ad esempio lo svolgere un lavoro o un compito, sia in opposizione con la felicità.
Invece l’uomo veramente morale rispetta i doveri, ma la sua motivazione è l’amore: andare a lavorare è compiere il proprio dovere, ma l’uomo veramente morale lo fa per amore degli altri o di Dio. Tutti i doveri verso se stessi e verso gli altri scaturiscono dall’obbligo di amare gli altri e Dio, inoltre alle volte sceglie di compiere atti che non sono per nulla doverosi ma sono rivolte al bene degli altri.Quindi ciò che rende piacevole l’espletamento dei nostri atti, sia quelli dovuti che quelli non dovuti, è la motivazione basata sull’amore.

4) Il fatto che ci sia comunque un’opposizione tra solitudine e felicità.
Si crede che per essere felici bisogna essere sempre in compagnia.
E’ vero, un uomo non volontariamente e durevolmente solo è infelice. "Riteniamo che l’amico sia uno dei beni più grandi e che l’esser privo di amici e in solitudine sia cosa terribile" diceva già Aristotele. Ma per essere felici bisogna essere in comunione con l’altro. Ma questo non vuol dire che nella solitudine scelta volontariamente e per amore, magari per ritirarsi in preghiera ed entrare in contatto con Dio ci sia infelicità, anzi i contemplativi non sono realmente soli, bensì in stabile comunione con colui che Platone chiamava il Primo Amico: Dio. Inoltre al contrario non basta vivere tra gli altri per non essere soli se poi le relazioni sono superficiali e non autentiche: infatti bisogna entrare in comunione con gli altri e ciò è reso possibile solo dall’amore, infatti esso è una forza estatica che ci fa uscire da noi stessi e ci proietta verso gli altri…E comunque l’uomo che non ha difficoltà a stare ogni tanto da solo, magari per meditare e mettere ordine nei suoi pensieri è quello più predisposto alla felicità. Infatti spesso molti non riescono a stare da soli, vengono presi dal panico e dalla depressione, e questo è dovuto secondo me alla paura di sentire la propria voce interiore, e allora cercano gli altri per ‘stordirsi’ e non certo per entrare veramente in contatto con loro. Io penso che l’uomo veramente socievole e che riesce ad entrare in sintonia con gli altri è quello che sa stare anche da solo e sa mettere ordine ai propri pensieri e al proprio vissuto interiore: infatti non coprirà gli altri con i suoi problemi interiori irrisolti, scaricando su di essi le proprie frustrazioni.

Quindi cosa fare per essere felici?
Mi permetto qui di riportare alcune regole per senza dubbio diventarlo:


1) Fare tutto per e con amore, cercare la felicità degli altri e non la propria
Tutto ciò che si fa con amore risulta poco gravoso, e dà tanta più gioia quanto maggiore è l’amore. Addirittura si può anche accettare il dolore fisico offrendolo a Dio perché ne ricavi un bene e così provare gioia, come succede a persone di grande fede.
Questa connessione tra amore e felicità determina il paradosso della felicità: la felicità la consegue (nella misura in cui essa è accessibile) solo chi non la cerca per se stesso, bensì chi (consapevolmente o meno) la cerca per gli altri
Si trova conferma di ciò in diversi studiosi quali Bentham, Mill e Sidgwick (autori di quella corrente morale che è l’utilitarismo) che sono anche insospettabili perché hanno ritenuto (erroneamente) che l’uomo agisca motivato solo dal proprio egoismo. Bentham dice che “per ogni granello di gioia che seminerai nel petto di un altro, tu troverai un raccolto nel tuo petto”. Mill nota proprio l’aspetto paradossale della felicità: “per quanto questa affermazione possa sembrare paradossale, la capacità cosciente di rinunciare alla propria felicità è la via migliore per il raggiungimento di tale felicità”. E Sidgwick parla precisamente di un “paradosso fondamentale dell’edonismo” (che è una forma di egoismo), consistente nel fatto che “l’impulso al piacere, se troppo predominante, viene a vanificare il suo stesso fine”. “i nostri godimenti non possono essere conseguiti se il nostro scopo viene consapevolmente concentrato su di essi”: i piaceri della benevolenza “sembrano richiedere, perché li si provi in misura accettabile, la preesistenza di un desiderio di fare il bene degli altri per se stesso, e non perché così facendo ne deriva il nostro”. Perciò, come principale ostacolo per il loro conseguimento, Sidwick esplicitamente indica l’egoismo: “l’egoismo, quell’eccessiva concentrazione dell’attenzione sulla propria felicità personale, tende a privare tutte le gioie della loro intensità e del loro aroma, e a produrre una rapida sazietà e la noia”. Buona parte della tradizione classica di filosofia morale insegna proprio che la felicità è la conseguenza e l’effetto di una prassi che non se la pone come obiettivo, ovvero è il corollario di una vita virtuosa, una sua risonanza.

Perciò la chiave della felicità sta qui: soltanto l’amore autentico consegue la felicità accessibile all’uomo, mentre la ricerca della propria felicità la preclude. La felicità la si consegue solo con l’amore di benevolenza (
e di carità), il quale per definizione non cerca la propria felicità, quanto, piuttosto, la felicità altrui. Così la felicità è la gioia della felicità dell’altro, come dice efficacemente Leibnitz, o (nel caso in cui l’altro non sia felice) gioia nel cercare la felicità dell’altro. E Kierkegaard impiega l’immagine: “la porta della felicità si apre verso l’esterno”, cioè amando gli altri. E in San Bernardo: “Ogni vero amore è senza calcolo e, ciononostante, ha ugualmente la sua ricompensa; esso addirittura può ricevere la sua ricompensa solo se è senza calcolo”; in Hutcheson: ”Quando agiamo generosamente sperimentiamo la gioia di vedere gli altri felici”; in Genovesi: “E’ legge universale che non si può fare la nostra felicità senza far quella degli altri”; in Adam Smith: “nella natura dell’uomo ci sono chiaramente alcuni principi… che gli rendono necessaria l’altrui felicità”

2) La felicità non è data dal conseguimento dei piaceri sensibili
Certo l’uomo può creare direttamente le azioni e i mezzi che possono produrre dei piaceri sensibili, quali ad esempio quelli che soddisfano i sensi, e anche quelli che danno un certo godimento interiore tramite l’arte, la musica, la scrittura ad esempio, ma non al livello di quelli più (…) spirituali, come la felicità intesa nel suo senso psicologico di gioia.
Assecondando il nostro egoismo possiamo, nell’immediato, cogliere dei piaceri perché diamo soddisfazione a una tendenza della natura sensibile dell’uomo (…) ma questo genere di soddisfazione è deludente, non è ciò che possiamo chiamare felicità.
Nella nostra società nonostante il benessere sia avanzato infatti ci sono molti segnali di ‘insoddisfazione’. Ciò significa che la felicità più profonda è qualcosa di diverso dalla soddisfazione sensibile e dal benessere: L’esperienza umana attesta un fatto: anche la soddisfazione sensibile è condannata alla diminuzione progressiva e all’affievolimento. A lungo andare, una prassi egoistica ed edonistica focalizzata sul conseguimento di piaceri sensibili provoca una diminuzione dello stesso piacere: tale prassi produce una soddisfazione sempre minore e un desiderio sempre crescente che possono degenerare nella frustrazione e nella patologia. Come dice Scheler, “è proprio questo il lato comico e strano dell’uomo che vive secondo i principi della filosofia edonistica, che egli tanto più non ottiene il piacere quanto più energicamente ricerca quello stesso piacere”.

Paradossi come quello che riguardano la felicità ce ne sono altri nell’esistenza umana: ad esempio se ci sforziamo di prender sonno in realtà lo ostacoliamo, o se ci sforziamo di dimenticare qualcosa in realtà rinforziamo il ricordo. Oppure se un timido si sforza di essere spontaneo sarà ancora più impacciato...


3)
La felicità la si consegue indirettamente 
E la psicologia contemporanea conferma. Pescador :“la felicità è conseguenza di un’attività vitale non direttamente polarizzata verso di essa con desiderio e ricerca intenzionali… Il clinico può osservare giorno dopo giorno… che il principio del piacere è in realtà autodistruttivo. In altre parole, la ricerca diretta della felicità è autodistruttiva: è una contraddizione in sé,… proprio nella misura in cui l’individuo comincia a cercare direttamente la felicità, o a sforzarsi di conseguirla, in quella stessa misura non può raggiungerla. Quanto più si sforza di guadagnarla, tanto meno la consegue” (4).

4) La vera felicità si ottiene in Dio
Se intendiamo l’esercizio delle virtù come espressione d’amore, allora se c’è una relazione tra amore e felicità ne consegue che c’è un legame tra amore e moralità/virtù, perciò l’uomo veramente virtuoso è l’uomo più felice. (…)
Però anche chi esercita l’amore non riesce spesso ad essere pienamente felice: infatti l’uomo ha essenzialmente bisogno di essere amato e se ama senza essere riamato patisce molto. Ma anche se ama e viene riamato non riesce lo stesso ad essere felice. In definitiva l’uomo non è mai pienamente soddisfatto e felice.
Infatti l’uomo può sperimentare due tipi di delusione.


a)La delusione per uno scopo mancato:
volevo ottenere la tal cosa e non l’ho ottenuta … e perciò sono insoddisfatto.
b)la delusione per uno scopo conseguito che proviamo perché il conseguimento di esso non ci soddisfa come ci eravamo aspettati:
volevo ottenere una tal cosa e l’ho ottenuta … eppure, ogni volta, contrariamente alle mie aspettative, non sono appagato. Questo secondo tipo di delusione ci rivela (…) che l’oggetto del desiderio umano non è rinvenibile in nessuna esperienza finita. Così come nota San Tommaso D’Aquino, tutti i nostri obiettivi suscitano una reazione comune: quando essi vengono raggiunti non li si apprezza più e si desiderano altre cose, cioè il desiderio non viene mai appagato.

La delusione che si prova dopo il ‘successo conseguito’, cioè la frustrazione che accompagna il raggiungimento di un fine a cui si desiderava arrivare come se fosse stato il fine ultimo (tipo: se raggiungerò questo scopo sarò felice …) ci fa capire che lo scopo cercato in realtà non era definitivo e non era quello che veramente volevamo. Perciò dopo aver sperimentato tale forma di delusione, operiamo, a posteriori, una relativizzazione di un fine che, per un certo tempo, ci era parso senza rivali.
Tale delusione mostra che l’uomo desidera tutto ciò che vuole per l’influsso del Bene ultimo, mostra che la catena delle insoddisfazioni non è originata dalla natura particolare di questo o quel bene finito, ma di aver trascurato la parzialità comune a ogni bene finito. Cioè si capisce che non possiamo essere soddisfatti da beni finiti. E a questo punto che si comprende che desideriamo un Bene Infinito. Insomma, dal cuore dell’uomo sgorga un desiderio radicale e profondo, il desiderio di un Bene Infinito. L’esperienza della delusione del bene conseguito, così, ci fa comprendere che solo la comunione definitiva e indefettibile con Dio, se esiste, può dare soddisfazione all’anelito del nostro desiderio. Come detto da S. Weil: " quaggiù ci sentiamo stranieri, sradicati, in esilio; come Ulisse, che si destava in un paese sconosciuto dove i marinai l’avevano trasportato durante il sonno e sentiva il desiderio d’Itaca straziargli l’anima". E quale sia la nostra Itaca ce lo dice Sant’Agostino: "Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non trova pace finché non riposa in Te"
(5).

Certo nella vita terrena non è possibile accedere ad una comunione piena e stabile con Dio, bensì solo ad un’anticipazione. Quest’ultima, del resto, dà quaggiù in questa vita la massima felicità possibile, tanto che il patimento per mancanza d’amore da parte degli altri può essere guarito dal fatto di sentirsi amati da Dio.
Il cristiano che segue compiutamente il Vangelo riceve il centuplo quaggiù come dice il Vangelo e come ha sottolineato Benedetto XVI nella sua messa di Inizio pontificato: "Non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita"
, La Vera Vita in Dio e la felicità.

E ritornando al discorso delle molle interiori…

 In fisica si dimostra che i sistemi oscillanti entrano in ‘risonanza’, cioè oscillano con ampiezza molto grande acquistando tantissima energia, quando sono ‘forzati’ a vibrare con la loro frequenza naturale che dipende dalla loro struttura. (Praticamente tutta la musica viene creata da strumenti musicali che emettono con questo processo). L’ampiezza di queste oscillazioni può raggiungere addirittura un valore infinito nel caso di totale mancanza di attrito.
Questo nel piano fisico e materiale. Però credo che il discorso, con le dovute cautele, possa anche mutuarsi nel piano spirituale …
Mi pare scontato infatti constatare che ogni essere umano costituisce con la sua personalità un essere unico nell’intero Universo. I nostri ‘oscillatori’ spirituali interiori personali, quelli che ‘vibrano’ quando proviamo una sensazione di gioia, unici e irripetibili, hanno una specie di loro ‘frequenza naturale’ caratteristica che costituisce uno dei caratteri essenziali e irripetibili della nostra personalità. L’avvicinarsi a Dio in questa vita, sia con una vita virtuosa che con la preghiera, considerato che Dio nel comunicare con noi usa probabilmente questa ‘frequenza naturale’ nostra personale (che conosce certamente anche perché l’ha creata Lui!), provoca già un assaggio della vita celeste perché causa la nostra ‘vibrazione interiore in risonanza’ avvertita come gioia e pace interiore, anche se incompleta, frenata com’è dal corpo non glorificato e dal peccato, ma che può arrivare in casi estremi (vedi mistici) al fenomeno dell’estasi. Ecco perché chi crede in Dio e dialoga con lui con la preghiera, e fa quello che Lui richiede cioè, in sintesi, vive una vita basata sulle virtù, ottiene già in questa vita il massimo di felicità possibile su questa terra ( sino al livello interiore personale di grazia, che si trova al massimo grado nei mistici e nei santi).
E in Cielo invece cosa succederà?
Dice il Signore nell’Apocalisse (2,17): "Al vincitore Io darò una manna occulta, e gli darò un sassolino bianco, nel quale è scritto un nome nuovo, che nessuno conosce se non colui che lo riceve" , molto probabilmente questo ‘nome nuovo’, che esprime l’essenza della nostra personalità e anche le sottigliezze personali dell’amore che intercorrerà tra noi e l’Altissimo per l’eternità, ha anche a che fare con questa ‘frequenza spirituale naturale di oscillazione’ che farà di noi al contatto dell’Amore divino come dei meravigliosi strumenti musicali che emetteranno il suono armonioso della nostra vera personalità, unica in tutto l’universo, e ci daranno così delle ‘oscillazioni’ interiori che faranno la nostra completa felicità appagando per sempre in maniera totale e indefettibile, senza frustrazioni o delusioni di sorta, il nostro desiderio di Infinito.

E la nostra Felicità sarà perfetta, così come lo è Dio.

Per concludere
Com’è quindi che mi ritrovo felice? Forse perché …
- cerco di fare il mio lavoro con ‘spirito di carità’ perché mi dedico con entusiasmo all’istruzione dei miei alunni, e il fatto di insegnare loro al meglio le cose che so in modo che imparino e migliorino mi fa provare gioia e mi soddisfa anche se il raggiungimento di questo scopo non è privo di molte fatiche e delusioni.
- Cerco di soccorrere materialmente o moralmente quando possibile il prossimo in difficoltà…
- Cerco per quanto possibile di seguire i principi morali, anche se mi può capitare alle volte di cadere (infatti non sono un santo…).
- Mi sforzo di seguire nel mio operare le virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza
(anche se devo dire non riuscendoci sempre e pienamente come vorrei, ripeto, non sono perfetto).
- Prego, e anche per la salvezza degli altri (così fra l’altro assicuro la mia salvezza ...),
la mia giaculatoria preferita, che ripeto di frequente (e che invito anche voi a recitare) è : "Gesù, Maria, vi amo, salvate anime!"
- Credo nella divina provvidenza, che mi soccorre nei bisogni della vita.
- Credo però che la cosa più importante sia la salvezza dell’anima, tutto il resto ha quindi in definitiva una importanza relativa. Tremo pensando all’esistenza dell’inferno ma … mi affido alla misericordia divina e quindi, anche se mi capita di sbagliare, confido in essa.
- Sono certo dell’esistenza del Cielo, non temo quindi più di tanto la morte. L’idea della vita gloriosa futura mi riempie di gioia anche se in questa vita capitano fatti spiacevoli e molte cose non vanno per il verso giusto (infatti non è questa la nostra patria..).

Grazie a Dio possiedo quindi la Fede, la Speranza e mi sforzo di esercitare, per quanto mi è possibile, la Carità, amando l’Altissimo e per amor suo il prossimo (anche se spesso non come sarebbe necessario farlo …).
Ecco quindi perché segue come alla notte il giorno la mia felicità attuale, piccolo assaggio della perfetta felicità celeste futura che io auguro di conquistare a me e a tutti gli esseri umani, fratelli in Cristo, miei compagni di viaggio verso la Patria celeste.

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Note

(1) molti spunti dell’analisi, alcuni ripresi testualmente e riportati in corsivo, li ho tratti da – Piccolo manuale di Apologetica 2 – ed. Piemme, in particolare dal capitolo ‘Il cristiano è un represso?’ di Samek Lodovici

(2) J. Cardona Pescador - La depression, psicopatologia de la alegria - Ed. Cientifico-Medica 1983.

(3) Viktor E. Frankl – Teoria e terapia della neurosi – Ed. Morcelliana.

(4)  J. Cardona Pescador op. cit.

(5) Sant'Agostino da Ippona - Le confessioni



7 commenti:

  1. Ottime considerazioni prof! Sicuramente tutto ciò può aiutare, soltanto a chi ha la capacità di ascoltare, sto leggendo un libro al riguardo, scritto da un fisico, illuminato, Fabio Marchesi, La Fisica Dell'Anima, lui ha una concezione un po' diversa sulla religione, soprattutto nel passaggio in cui lei dice:" Cioè si capisce che non possiamo essere soddisfatti da beni finiti. E a questo punto che si comprende che desideriamo un Bene Infinito. Insomma, dal cuore dell’uomo sgorga un desiderio radicale e profondo desiderio di un Bene Infinito" questa viene vista come una mancanza dell'uomo che non è capace di vivere in armonia con la sua anima, e cerca un qualcosa di superiore a cui aggrapparsi, ora io sto ancora riflettendo su questo argomento, ma l'idea di fondo del modo in cui trovare la felicità è molto simile!

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  2. Purtoppo la vita non è bella (più che altro per la sfumatura sociale)cioè sei tu che devi renderla tale cercando di agire come leggevo prima per AMORE O PER AMORE DI DIO O ANCHE PER AMORE DEL PROSSIMO pensate se tutti agissero con questi criteri no credete che socialmente si vivrebbe meglio? io dico di sì! ma d'altrocanto siamo nel ventunesimo secolo e cercare questi principi nelle persone sarebbe come cercare una fontana in mezzo al deserto.. a parere mio! in me stesso non troverete mai questi sistemi di convivenza perfetta, un po per la mia fin'ora esistenza "scapestrata fuori dalle righe" un po perchè sono un giovane d'oggi un po perchè devo ancora scoprirlo e ciò non facilita la cosa ma nella vita si cambia, ci si migliora.. Voi stessi siete la felicità!

    Matteo C.

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  3. La felicità è solo essere sempre adolescenti, come Apollo. Purtroppo l'educazione, soprattutto quella cattolica, instilla nell'adolescente la nefasta idea che bisogna diventare adulti. Il crocifisso è il simbolo di questo percorso. L'adolescente viene subito distorto dagli occhi seniorizzanti dei genitori. Platone aveva trovato il rimedio fallace di dare i figli allo stato per sfuggire agli occhi dei genitori ma non aveva contemplato la possibilità di strozzare l'idea di seniorità. Io non credo nella teoria del buon selvaggio. Propongo piuttosto un'educazione che ponga come valore l'efebità. Le conseguenze della mia teoria sono catastrofiche per la nostra società seniorica, origine di ogni infelicità.

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    1. Ma come si può sostenere una tesi tanto assurda? L’adolescenza è una fase di passaggio dall’infanzia alla maturità e proprio perché è un ‘guado’ è caratterizzata da grande instabilità e cambiamento sia fisico che psicologico, una condizione non certo favorevole per uno stato di felicità. L’infanzia è uno stato in cui praticamente non si conoscono i problemi dell’esistenza e quindi può forse considerarsi una condizione in cui si può essere felici ma dura poco, l’adolescente comincia a prendere atto della realtà e a conoscere i problemi ma non li sa risolvere per cui prova nostalgia della fase infantile e spensierata che sta lasciando e prova spesso paura di diventare adulto, l’adulto conosce e deve affrontare i problemi della vita e quando è veramente maturo si attiva per cercare di risolverli anche aiutando gli altri a superarli e in questo può trarre la sua soddisfazione e trovare la felicità. Il problema della nostra società è l’opposto di quanto dice lei: troppe persone sono rimaste eterni adolescenti, non accettano la realtà e si rifiutano di risolvere i problemi, cercano il piacere e ciò che dà soddisfazione in maniera egoistica e con un consumismo sfrenato, senza volersi minimamente sacrificare, con il risultato che sono e restano completamente infelici!

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    2. Per adolescenza intendo intendo uno stato di fluidità fisica e psichica che rende possibile ogni scelta. Al contrario la seniorità è quello stato di solidità in cui non c'è più tale possibilità. Il seniore pertanto è portato a castrare l'adolescente inventando dei surrogati che sono ideologie e credenze come soluzione fittizia dei problemi. Il consumismo è un surrogato seniorico. La mia proposta è che il seniore si trasformi fisicamente e psichicamente per non appestare la creazione. L'adolescente non ha bisogno di questa trasformazione essendo nella perfezione fisiologica ma deve piuttosto impedire al seniore di uccidere. La mia concezione è tutta l'opposto della sua.

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  4. La mia risposta sul concetto di adolescenza l'ho espressa. Se ha ritenuto inopportuno pubblicarla accetto la sua decisione insindacabile come autore del blog, verso il quale esprimo comunque i miei complimenti per le tematiche sollevate e per la cultura dimostrata nel condurlo, ma non darò più i miei interventi.

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  5. Credo di aver già detto come la penso. La sua è una visione troppo idilliaca e fantasiosa dell'adolescenza, se lo faccia dire da uno come me che con gli adolescenti ci lavora da 30 anni...Non ho altro da aggiungere. Grazie comunque per l'apprezzamento

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